I racconti del concorso letterario: vota il tuo preferito!

SEZIONE NARRATIVA

Si assegna il premio dei lettori del blog: vota il tuo racconto preferito nel sondaggio in fondo.

1 – DALLA MIA FINESTRA

Se fossi una persona superflua, avrei detto dalla mia piccola finestra vedo il cielo che ogni tanto mi mostra colori diversi, gli alberi che ad ogni stagione fioriscono mentre in altre sono spogli, privi di ciò che li rende belli, le macchine che ogni tanto si fermano e rimangono lì per ore e alcune volte anche giorni, edifici da lontano, che la sera prendono vita, mostrando tantissime luci provenienti da mille finestre e piccoli buchi di cui è composta, il buio che mi dà la possibilità di vedere piccoli puntini che la decorano, che noi comuni mortali chiamiamo stelle, le case che non cambiano mai, orari fissi in cui porte e finestre si aprono e viceversa. Ciò che non è mai uguale sono le persone che ogni giorno passano: ho la consapevolezza che chi potrebbe passare non è lo stesso che il giorno prima camminava senza rendersi conto di essere osservato. Attraverso i movimenti o l’espressione del viso riesco a capire ciò che stanno provando. Le persone riescono anche solo da un movimento di un braccio e da una parola a dire molte cose, l’essere umano però tende ad essere troppo superficiale, perché concentrato su se stesso. A volte mentiamo a noi stessi e agli altri, dicendo che non siamo vanitosi, ma sappiamo benissimo che in realtà preferiamo essere ascoltati e sfogarci che fare il contrario. Dalla mia finestra… ho osservato per anni persone andare e venire, persone che passavano con costanza e altri solo di passaggio. Ho visto coppie unirsi e lasciarsi, ho visto litigi e pianti, ho visto persone che a distanza di anni si sono incontrate di nuovo, ho visto persone ignorarsi pur conoscendosi, ho visto persone che si sono promesse cose per poi dividersi e infine ho visto me stessa…

2. SVUOTATASCHE

Una volta un mio amico mi disse che tutte le cose che riteneva importanti le aveva messe in una scatola e grazie a ciò era riuscito ad andare avanti. Passammo tutta la serata a raccontarci a vicenda della nostra vita, mi resi conto solo dopo che quella scatola di cui lui tanto parlava ero io… Non era una semplice, era uno svuota tasche… Una persona a cui poter raccontare le cose ed essere sicuro che le custodirà sempre e un giorno magari di ritirarle fuori assieme, mentre beviamo una bella birra nello stesso posto in cui ce le siamo confidate. Furono anni belli, diventammo uno lo svuota tasche dell’altro, era impossibile dividerci… Eravamo quasi come un libro che svela ciò che si cela dietro la sua copertina. Qualcosa col tempo però cambiò, nessuno dei due si sentiva più lo svuota tasche, non ci sentivamo né più amici. né fidanzati, né complici ma soprattutto non ci sentivamo più noi. Così avvenne la scelta più difficile che noi potessimo prendere: i due che erano svuota tasche chiusero queste loro tasche per custodire i loro ricordi, consapevoli del fatto che facendo così non si sarebbero più visti né sentiti. I piccoli bambini ingenui crebbero senza più sentirsi, i loro svuota tasche cambiarono, lei scelse una sua amica d’infanzia che si ripresentò nella sua vita all’improvviso, lui invece scelse il nostro amico d’infanzia che assieme a noi formava il trio che ne combinava di ogni. Ogni tanto i due di incontrano e come si erano promessi ritano fuori ciò che loro due sono stati per anni, ciò che univa loro era ormai svanito… Ma i loro occhi dicevano tutte le volte il contrario .

3. 23 – 04- 2022

L’amore fa male… Non capisco come e perché le persone si ostinino a dire il contrario. Cerchi per anni la persona con cui passare il resto della tua vita, più la cerchi e più non la trovi. Così ad un certo punto della tua vita ti rendi contro di aver cercato a vuoto e così a 50 anni cerchi di fare da seconda mamma a quel piccolo essere che tutte le volte che ti vede ti corre incontro con un sorriso enorme, chiamandoti “ma-ma” con la convinzione di chiamarti zia. Poi d’un tratto sbuca un uomo e dici “l’ennesima delusione in amore” e invece tre anni dopo ti ritrovi sposata con lui. La tua ricerca è ormai finita da tempo, avevi ormai perso le speranze, convinta di passare una vita da sola. ;a la ricerca, a volte, porta alle migliori storie d’amore, che a distanza di anni, seppur non avendo figli si sono consolate a vicenda, non preoccupandosi di ciò che potesse mancare perché troppo innamorati e desiderosi di passare i pochi anni rimanenti assieme. Magari quei due bisticciano ancora a distanza di anni, magari si tengono ancora per mano, come le prime volte, e magari ricordano anche il loro primo incontro, il loro primo bacio e la sensazione ormai dimenticata. L’amore qualche volta riesce a stupirti, a farti provare le farfalle nello stomaco, mentre altre volte decidere che per te non c’è nessuno che riuscirai ad amare per davvero… O magari sei proprio tu, che ti ostini a dire che per te l’amore è vietato, che è roba da adolescenti e che la vita adulta è pura sofferenza. Colei che aveva un nome complicato da ricordare ritrovò in queste parole, in questo testo la voglia di provare amore ma, allo stesso tempo, di ripudiare il dolore che in futuro potrebbe causarmi ciò in cui speravo e confidavo.

4. IO E TE CONTRO L’IGNORANZA

Salve lettore, io sono Ga e sono un’adolescente di quasi 17 anni con una famiglia al completo composta da: mamma Micky, papà Chry, il fratellino Ma e lei, la sorellina Gio.

Ognuno, per me, è un pilastro della mia vita:

Mamma rappresenta per me la forza di affrontare qualsiasi situazione e trovare una soluzione mentre papà, lo considero come “l’empatico” della casa.

Poi c’è il mio fratellino iperattivo, non sta mai fermo.

Lui ha la capacità di tirare fuori il mio lato “Peter Pan”.

Per ultima, ma non la meno importante, la mia sorellina che riesce a insegnarmi determinati comportamenti contro le persone non empatiche e disinformate. 

Gio non è come le altre sorelle, è molto di più.

Ma facciamo un passo indietro…

Avevo 3 anni quando mia mamma mi aveva promesso che a Natale mi sarebbe arrivata una bambola.

Però, quest’ultima, non l’avrei ottenuta subito ma avrei dovuto aspettare il periodo di Marzo.

Io avevo il compito più importante che sarebbe stato scegliere  il nome.

Non ricordo molto bene come lo avessi scelto ma io e i miei genitori abbiamo optato per il nome Giorgia.

Quando è nata ci sarebbe stata la possibilità che non sarebbe tornata a casa e mia madre me lo disse con le lacrime agli occhi.

Però avevamo una speranza perché sapevamo che Dio era lì e che ci avrebbe aiutato. 

Dopo preghiere, lacrime e “giorni no”, finalmente riuscì a vederla.

Ero in ospedale, mi misero la mascherina, il camice, i guanti e mi portarono nella stanza in cui era presente Gio. 

Mi fecero la foto con lei, ero felicissima e finalmente andammo a casa insieme.

Mia sorella è nata con problemi respiratori e difficoltà psichiche, infatti viene considerata diversamente abile. 

Con il termine “diversamente abile” intendo disabile ovvero coloro che presentano minorazioni fisiche, psichiche o sensoriali, le quali possono essere di vario grado.

Quindi la disabilità non determina l’intelligenza eppure ci sono persone che utilizzano il termine disabile come offesa per indicare che sei stupido/a.

Lo Stato tutela,questi utenti, a 360 gradi senza alcun tipo di discriminazione e aiutandoli con servizi sanitari e sociali. 

Il problema sono i cittadini non informati su questo argomento che dicono e fanno cose inappropriate a queste persone perché possiedono una grande malattia che viene chiamata “ignoranza”.

Questa malattia ti porta a ignorare le persone e a non possedere nessuna capacità empatica e risultare agli occhi delle persone come “senza cuore” o addirittura “senz’anima”.

Gio, invece di piangere e prendersela, continuava a ridere alle battute che gli facevano e non gliene importava del loro parere. 

Io piangevo per lei, mi dispiaceva che non si rendesse conto del significato dei loro messaggi, infatti, mi ha insegnato diverse lezioni di vita che da una sorella come le altre non avrei capito. 

Mi ha insegnato ad andare avanti ed ascoltare i messaggi non fondamentali nella mia vita. 

Sono fiera di mia sorella e le voglio tanto bene. 

Vorrei aggiungere che mia sorella, anche se ha difficoltà respiratorie e di linguaggio, lei ha sviluppato la capacità della memoria infatti, molto spesso, mi ricorda cosa dovrei fare e dove devo andare  in quel momento.

Inoltre,  non ho mai smesso di parlare dell’esperienza con Gio perchè non me ne vergogno e sono pienamente fiera di quello che è.

Adesso mi rivolgo a te che stai leggendo, cerca di assicurarti che quell’amico/a speciale stia bene nel gruppo in cui si trova, l’integrazione è fondamentale per queste meravigliose creature.

In qualche modo, loro riescono sempre a strapparti un sorriso anche quando non hai voglia di essere felice e ti scaldano il cuore con solo un abbraccio.

5. ROSSO 1949

Sembrava una giornata qualunque. Per alcuni quella calda estate del 1949 era appena  cominciata, per altri stava tramontando. Mi ritrovo lì in stazione, intrisa e avvolta da  quel calore che mi riempiva di passione, e quel treno dipinto di un  rosso che ne rappresentava  il sentimento medesimo. Avevo la mano fradicia incollata alla sua, ma questo particolare  non sembrava cogliere la sua attenzione. Ogni mio passo era lungo  il doppio del suo;  mi fingevo sperduta e bisognosa di protezione, quasi mi nascondevo dietro quei vasti passi che sognavo rallentassero fino alla loro estinzione. Poi d’un tratto mi ritrovai a dare l’addio a tutto quello a cui mi aggrappavo. Quel treno, di quel rosso intenso, sembrava rappresentare i miei sentimenti. Ed io non potevo fare a meno di sognare. Cercai di avvicinarmi il più possibile, calpestando quella gelida linea  gialla che divideva me stessa e ciò che rappresentava il meglio di me. Desideravo che quel momento si imprimesse forte e incancellabile  nella mente,  quel tipo di ricordo che ti penetra nelle vesti, nella pelle  e  ti accompagna per il resto dei tuoi giorni. Così, d’un tratto ci trovammo l’una di fronte all’altro: lui era affacciato dal finestrino ed io invece, in punta di piedi, cercavo di raggiungerlo, di lambire le sue labbra per permettergli  di sfiorarmi le labbra e di assaporare finalmente quel tanto agognato bacio  che sin da piccola ricercavo e leggevo nelle pagine che descrivevano le avventure delle eroine più rappresentative della letteratura romantica. Non potei che farmi condurre da quella avvolgente dolcezza, lo sentivo  tirarmi verso lui , oltre quel finestrino, di quel treno rosso di una calda estate. Solo pochi istanti bastarono a farmi vivere e assaporare un’eterna ebbrezza. Mi nutrivo così tanto di quella passione, che mi ritrovai immersa in quello che quell’istante aveva creato. Non mi accorsi del grazioso piedino alzato e nemmeno di quelle ardenti scarpe che calzavo e nel contempo scivolavano via. Tutta me stessa quel giorno rimandava a quel colore, posso quasi affermare mi appartenesse. Avevo fantasticato per anni,  esattamente in questo modo, quello che osservai quel dì dal finestrino di fronte, mi sentii talmente coinvolta  da indurmi a credere di essere io la protagonista di  quella situazione, di essere  la fortunata donna  che indossava le scarpette rosse  e godeva  di quella travolgente passione. Il destino tuttavia aveva deciso che io fossi l’altra, la donna del finestrino accanto, vestita di azzurro ini una torrida estate del 1949.

6. NON AVERE PAURA

Eccomi qui, in piedi ed immobile di fronte a questa porta. 

Cos’ha di speciale? Cosa mi trattiene da aprirla e camminare oltre per scoprire quello che dall’altra parte mi aspetta? 

dubbiosa rimango ferma ad osservarla.

Da una parte mi spaventa il fatto di essere così curiosa di sapere cosa si trova dall’altra parte, dall’altra sento l’adrenalina invadermi lo stomaco e questo mi fa quasi sorridere, mi sta dicendo ‘vai e non pensarci, devi sapere cosa si trova dietro quella porta’.

Forse è questo entusiasmo che mi paralizza. 

Inizio a fantasticare a cosa potrebbe celarsi lì dietro, e questa sensazione mi rende così sicura di me stessa che penso, io posso fare tutto.. però mi ritrovo ancora lì davanti. 

Tutto d’un tratto  capisco cosa mi trattiene.

Il treno di pensieri arriva al capolinea, non avrei mai pensato di ammetterlo ma: “ho paura”. 

Ho paura di compiere questo grande passo, di fare una scelta che cambierà me stessa per sempre.. lo trovo così ironico che potrei iniziare a prendermi in giro da sola. 

Eppure questo sentimento è così grande che mi trattiene da ‘vivere davvero’.

Quella porta continuava a fissarmi e stava iniziando a sfidarmi e fare scherno di me, piccola e illusa ragazzina che non riesce neanche a fare pace con se stessa e prendere una decisione. 

Ho iniziato a pensare che avesse ragione, non potevo aspettare così a lungo solo per compiere quel banale gesto.

Ho riflettuto così tanto perché pensavo fosse quello che mi serviva per risolvere questo mio dilemma ma, quello che avrei dovuto  fare sin dall’inizio era seguire il mio intuito, ascoltare quella parte di me che mi diceva fin da subito di aprire quella porta ed affrontare l’ignoto.

 Era una sensazione strana,  perché anche se ero spaventata, quel pensiero mi dava sicurezza, chi altro meglio di me sa cosa sia meglio per me stessa?

Mi avvicinai alla maniglia, era gelida, fresca come il risveglio mattutino. 

Non posso raccontarvi cosa trovai oltre quella porta, che ora, non era più così spaventosa. 

Adesso che mi trovo dall’altra parte posso iniziare un nuovo capitolo di me stessa, il migliore, ora ho io in mano quella penna con cui potrò scrivere le pagine della mia vita. 

Non sono più quella ragazzina smarrita e perplessa di una volta. 

Ora so chi sono …….e voglio che tutti lo sappiano, quindi caro lettore prossimo alla maturità voglio che tu sappia: non avere paura, il capitolo più bello della tua vita deve ancora cominciare. 

7. AMICI

Quella mattina era già iniziata male per Beatrice, che nonostante la scuola fosse iniziata da soli 2 mesi era già stanca di alzarsi alle 6:00 di mattina per arrivare in città, dove si trova la sua scuola, in più l’autobus è in ritardo. 

Sentiva ogni parte di sé congelarsi e imprecava mentalmente contro il mezzo di trasporto che non si decideva ad arrivare,quando notò un controllore avvicinarsi. 

≤≤Chiunque debba andare a Modena è pregato di salire sul treno entro i prossimi 10 minuti. 

L’autobus che doveva esserci si è rotto a metà strada,venendo poi colpito dal secondo essendo che si è fermato all’improvviso in mezzo alla strada.≥≥ Bea dovette fare un respiro profondo prima di potersi incamminare verso il treno, che fortunatamente era dall’altra parte di quella piccola stazione,insomma a neanche un minuto. 

Quel giorno il treno era davvero pieno, essendo che non passavano autobus fino alle 10:00. 

Veniva spinta da una parte all’altra e sentiva la rabbia montare su di sé. 

Poco prima di perdere le staffe una mano l’afferrò per il polso facendola sedere su un sedile. Lei si girò di scatto e vide un ragazzo castano con i capelli lievemente ricci e gli occhi verdi, le sorrise. 

<<scusami non intendevo spaventarti, ma mi sembravi un po’ in difficoltà.>> 

Aveva una bella voce, un po’ roca. 

<<Oh..beh, in tal caso grazie..>> gli rivolse un piccolo sorriso attendendo il suo nome.

<<Ah sì, giusto, io sono Edoardo. Tu invece?>> Le rispose gentilmente rigirando la domanda. 

<<Beatrice.>> 

Gli sorrise per poi infilarsi una cuffietta, partì subito “Tecnicamente sto una bomba” di Mostro. La colonna sonora ideale per caricarsi un po’ in una giornata iniziata male. 

A metà viaggio iniziò a sentire qualcosa contro il suo braccio esterno. 

Un ragazzo, di circa 20 anni continuava a sfregare il suo pacco contro il suo braccio usando le curve come scusa di sbalzo. 

Continuò nonostante lei si fece un po’ più vicina a Edoardo. 

Lui voltò discretamente lo sguardo -senza che Bea se ne accorgesse- attirato da quell’improvvisa e lieve vicinanza con la ragazza. 

Appena si rese conto della situazione si irrigidì. Pensò di agire senza dare nell’occhio pur essendo efficace. 

Le strinse la mano mantenendo lo sguardo verso il paesaggio oltre il vetro. 

<<Hey, piccola,sei tesa, ti sta partendo di nuovo il voltastomaco? Vuoi venire vicino al vetro?>> Le domandò stringendole leggermente la mano. Lei ci mise un attimo a comprendere. 

<<Si..sarebbe meglio..tesoro..>> 

Disse lievemente in imbarazzo. 

Lui si alzò e lei si spostò subito di posto. Ora c’era lui vicino al ragazzo che dopo poco si fece spazio tra la gente allontanandosi. 

<<Che feccia che c’è in giro..>> 

Borbottò il ragazzo disgustato.

<<Già..a proposito, grazie Edoardo.>> 

Disse timidamente. 

<<Di nulla..piccola..>> 

Le ammiccò scherzosamente il ragazzo. 

Lei ridacchiò. 

<<MA ASPETTA!! NON MI CHIAMI PIù TESORO?! NON MI STARAI FORSE TRADENDO!?>> 

Scherzò il ragazzo con tono drammatico, Beatrice iniziò a ridere di gusto a quella scenetta. 

<<Ma che dici, non oserei mai!>> 

Gli diede corda tra le risate e a quel punto scoppiò in una risata fragorosa anche lui. 

Il treno raggiunse la stazione troppo presto, scesero dal treno, non erano pronti a salutarsi. Prese lui parola per primo. 

<<Dobbiamo salutarci eh..>> 

Gli si rivolse con tono dolce. 

<<Già..>> 

Gli rispose con un lieve strato di tristezza. Fu un istante impercettibile ad unirli. 

Edoardo la stava abbracciando. 

<<Beh se ti va..d’ora in poi potrei tenerti il posto..>> 

Le disse nell’abbraccio. 

Bea non sapeva se essere più sorpresa di quella stretta amica o di quelle parole. 

Ma se c’era una cosa che sapeva era che né era entusiasta. 

strinse di più il ragazzo tra le sue esili braccia.

<<Mi farebbe piacere.>> 

gli sorrise mentre si staccarono da quell’abbraccio troppo breve per entrambi. 

<<Allora..a domani Bea.>> 

La salutò teneramente. 

<<A domani Edo.>> 

Ricambiò il saluto con un dolce sorriso. 

Andarono in due direzioni diverse, ma le loro menti erano ancora incentrate l’una sull’altro, su quell’abbraccio affettuoso. 

Entrambi consapevoli di avere una nuova, piacevole compagnia, da cui scaturirà una grande amicizia.

8. BREVE RACCONTO

In this world it’s just us,

you know it’s not the same…

As it was, as it was… 

• • •

Harry non si ricordava quanto fosse inebriante odorare l’aria non inquinata della campagna, correre per i prati insieme agli amici e sbucciarsi le ginocchia, ma continuare a correre. 

Era passato troppo tempo.

Quando la macchina si fermò le ginocchia gli tremavano e si sistemava nervosamente i capelli, probabilmente fare un colloquio di lavoro lo avrebbe fatto rilassare di più, ma tornare lì, dove aveva trascorso una grande quantità dei suoi pomeriggi infantili lo riempiva di dubbi.

Erano passati anni da quando Harry era stato a casa dei Tomlinson l’ultima volta;

Aveva poco più di 12 anni e giocava con Charlotte e Félicité Tomlinson, due bambinette di 8 e 6 anni, e sua sorella maggiore Gemma, mentre il fratello maggiore delle bambine, Louis, sbuffava giocando a calcio da solo e facendo rimbalzare la palla contro il muro, creando un suono metallico.

Ad Harry non era mai piaciuto il calcio, ma gli era sempre piaciuto Louis.

Appena scesi dall’auto, lui e la sua famiglia, sentirono delle risate e delle grida di bambini, così seguirono quelle voci, fin dietro la casa, dove trovarono una famiglia numerosa ridere e scherzare allegramente.

Due signori anziani erano seduti su delle sedie da giardino mentre si tenevano per mano e guardavano due bambini correre felici, alzando un leggero strato di polvere, una coppia di mezza età che stava parlando con delle ragazze sulla ventina circa ed infine un ragazzo che teneva per le mani un bambino identico a lui.

Quando la famiglia Styles si fece notare, salutando i presenti, la donna di mezza età subito camminò verso di loro, con un enorme sorriso in volto.

«Cari, che piacere, finalmente siete arrivati, avete fatto buon viaggio?» chiese lei, abbracciando i genitori di Harry, Anne e Robin. 

«Sì, è andato tutto bene nel viaggio» annuì Anne, mentre Robin salutava Mark, il compagno di Johanna che era madre di Louis e delle molte sorelle.

Mentre Harry sentiva la sorella allontanarsi da sé e dirigersi verso le sorelle Tomlinson, con lo sguardo mirava in direzione di Louis e pian piano iniziò ad avvicinarglisi facendo piccoli passi, quasi fosse una preda ed avesse paura di spaventarlo.

Louis si chinò e dopo aver sussurrato al bambino qualcosa di inudibile per Harry, lo mandò a giocare con gli altri due bambini, un po’ più grandi di lui.

«È tuo figlio?» chiese subito il riccio a Louis, fermandoglisi davanti.

«Sì, si chiama Freddie» rispose, accendendosi una sigaretta, poi rimettendo via sia il pacchetto di sigarette che l’accendino.

«È identico a te» Harry sorrise nella direzione del bambino di appena 4 anni. 

«Louis, non fumare vicino i bambini!» gli urlò contro la sorella Charlotte.

«Sta zitta Lottie!» rispose fulminandola con lo sguardo e poi allontanandosi, subito seguito da Harry.

«Allora Harold, come stai?» disse marcando, col tono di voce, su quel nome; 

Louis aveva sempre amato prendere in giro il riccio con quel nomignolo, cercava sempre di farlo arrabbiare, ma Harry non demordeva e restava calmo; 

Era una delle sue qualità, avere una pazienza incommensurabile anche con le teste più dure e calde come Louis.

«Vedo che continui ad usare quel nome, nonostante le innumerevoli volte che ti abbia chiesto di non usarlo» ridacchiò, cercando di respirare meno possibile il fumo della sigaretta.

«Uh, allora preferiresti che ti chiamassi Hazza?» rise, facendo un tiro e buttando fuori il fumo grigio.

«Sì, decisamente» sorrise il riccio, ma tossendo al fumo.

Harry odiava profondamente le sigarette ed il catrame che contenevano, ma di certo non poteva impedire agli altri di fumare.

«È per questo che ti chiamo Harold, non ti piace» sorrise Louis, col suo solito fare arrogante. 

Harry alzò gli occhi al cielo, mentre riprendevano a parlare un po’ di tutto, fino a che Johanna non chiamò tutti dentro per la cena della vigilia di Natale.

Tutti si sedettero a tavola, mentre la padrona di casa iniziava a portare le prime pietanze.

Harry si sedette davanti a Louis, con al fianco destro la sorella Gemma ed a sinistra i fratellini minori di Louis, Ernest e Doris.

I due piccolini si erano infatuati di lui quasi da subito, gli chiedevano di giocare insieme ed Harry, amando i bambini, accettava con piacere ridendo con loro.

Dopo cena gli adulti si erano messi in salotto a bere del liquore ed a parlare tra loro, mentre i bambini ed i ragazzi minorenni erano andati in un’altra stanza.

Harry aveva optato per andare a giocare insieme a Freddie, Ernest e Doris, non gli piaceva molto l’alcol.

Louis aveva preso la stessa decisione, solo per vedere ancora un po’ Harry giocare coi fratellini ed il figlio;

C’era qualcosa in quel suo comportamento tanto bambinesco e spensierato, in quella dolce risata che lo attraeva, ma non sarebbe riuscito a spiegare a parole cosa fosse.

Ad un certo orario i 3 bimbi andarono a letto, così come tutti gli altri, solo Harry e Louis restarono alzati.

«Ti va una cioccolata calda? Fa freddo a quest’ora» propose Louis, mentre si dirigeva in cucina, Harry era seduto sul divano con una coperta addosso ed i ricci che gli ricadevano morbidi sulle spalle.

«Sì grazie» ridacchiò poi guardando il camino, che conteneva il fuoco ardente ed il legno scoppiettante

«Come mai ridi, Hazza?» chiese Louis, iniziando a preparare la bevanda calda e prendendo 2 tazze.

«Stavo ripensando a quando eravamo bambini, a come aspettavo sempre la vigilia perché era il tuo compleanno, aspettavo solo di venire qui e darti il mio regalo» disse, prendendo fuori dalla tasca un pacchetto blu, col fiocco rosso.

«Te lo ricordi? Aprivi sempre il mio regalo per ultimo, e io pensavo che fosse perché non ti piaceva, ma poi una volta mi spiegasti che lo facevi perché li consideravi i più speciali.» sorrise guardando, con occhi lucidi, il ragazzo che tornò con le tazze di cioccolato in mano.

«Sì, me lo ricordo» disse, mentre la mezzanotte iniziava ad avvicinarsi, secondo dopo secondo e Louis si sedeva accanto al riccio.

«Questo l’ho fatto per i tuoi sedici anni, ma non ci siamo mai visti, così l’ho conservato, esprimendo, ad ogni mio compleanno, il desiderio di vederti, ed alla fine eccoci qui, buon compleanno Louis» disse porgendogli il pacchetto blu e prendendo la tazza di cioccolata calda in mano. 

«Quato tempo è passato, non siamo più quei ragazzini, no?» sorrise Louis, posando la propria tazza sul tavolino, davanti a loro e girandosi il pacchetto fra le mani.

Dopo qualche secondo lo scartò e quasi si mise a piangere.

«Il tuo libro di Peter Pan» sorrise, cercando di non lasciarsi sfuggire una lacrima.

Louis aveva sempre amato quel racconto ed Harry glielo aveva sempre detto che un giorno sarebbe stato suo. 

Dopo quello i due restarono accoccolati l’uno all’altro, raccontandosi di cosa avevano fatto in tutti quegli anni.

Quando fu quasi la mezzanotte Louis accompagnò Harry fino alla porta di una delle camere degli ospiti e si fermarono sotto lo stipite di essa.

«Buona notte Harry» sorrise, guardando il riccio.

«Mi saluti senza neanche un bacio?» chiese, alzando lo sguardo, Louis fece lo stesso e ridacchiò;

Johanna aveva appeso ad ogni porta della casa un rametto di vischio.

Louis si alzò sulle punte e fece unire le proprie labbra a quelle rosate di Harry.

«Buon Natale Harry» sussurrò, accarezzandogli il collo.

«Buon Natale Louis»

9. SOFFIO DI PRIMAVERA

Un gemito e il dolore si trasformò in gioia.Quel bambino tanto desiderato era arrivato.Lo stringeva tra le braccia e si promise che nulla e nessuno doveva essere causa di dolore o tristezza.Era una femminuccia tanto graziosa e si sarebbe chiamata Bianca come la neve, come la purezza.

Bianca divenne  grande,secondo lei;divenne un’adolescente,secondo la madre.

E come ogni madre aveva bisogno dei paletti, dei no,di quelle regole che ti fanno arrabbiare e poi urlare e poi sbattere le porte e poi piangere.Ogni giorno una guerra ,di quelle senza vincitori e vinti…quelle guerre che lasciano l’amaro in bocca.

Era brava a scuola ma si chiedeva il perché doveva esserlo,cosa c’era di male prendere un’insufficienza ,fare ritardi ,fumare, avere un ragazzo.Basta!!!!Anche la testa sembrava che voleva essere un  contrario a tutto.

Tutti i giorni sempre in trincea a combattere i divieti dei suoi genitori che rifiutavano Istagram, tik tok e altre diavolerie del genere.

Stava male,aveva sempre un pugno sullo stomaco che le toglieva la voglia di mangiare.Il cibo non aveva più il gusto di una volta e dimagriva.Aveva fatto anche un’altra triste scoperta….farsi del male.Prendeva una ciocca di capelli e poi la tirava giù…che male…. ma almeno quel dolore riempiva il vuoto. Ora capiva quei segni sul braccio che si faceva Laura.

Voleva parlare con qualcuno ma con chi?

Gli amici …no meglio di no perché rischiava di essere schernita sui social. Il prete? Non andava in chiesa dai tempi della cresima.Lo psicologo della scuola? Nooo!!!! Avrebbe chiamato assistenti sociali e genitori.Gli insegnanti? Forse….ma tante classi,tanti ragazzi e chissà quanti si confidavano.

Era sola.

Quando terminarono le lezioni ritornò a casa a piedi.Non aveva voglia di stare in pullman schiacciata da tanti ragazzi che urlavano,ridevano,si abbracciavano.

I viali erano colorati dagli alberi di pesco, il sole scaldava l’aria e tutti in bicicletta felici.

“Bel quadro” pensò…Ma la cornice voleva essere lei …e saltò il cavalcavia.

Dopo qualche giorno sul banco c’erano fiori bianchi, il cielo si era riempito di palloncini rosa e bianchi accompagnati da biglietti affettuosi.

E tutto si concluse con programmi che parlavano di problemi giovanili, pandemie, vuoti sociali,baby gang e Bianca non fu altro che un triste e solitario  numero che riempiva una fredda statistica.

Che tristezza.

Ma è possibile che non si trova la risposta al dilemma “Essere o non essere?”. Che non si  trova l’interruttore per accendere  la luce oltre il buio della siepe?

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